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Li immagini di Pablo Auladell
"Leggero e al tempo stesso, ossimoricamente, potente; una stesura paziente, sapiente e incalzante, un sovrapporsi di tonalità e di tocchi con l’uso dei prediletti carboncini."

Walter Fochesato / Ars in Fabula / 2014. Diciembre

Anni or sono una studioso acuto e originale come Giovanni Anceschi pubblicò alcune dense riflessioni attorno all’arte dell’illustrare.

Fra tutte mi parve particolarmente interessante quanto lui affermava attorno all’etimologia della parola illustrazione. Da un lato, scriveva, ve n’è una che “voleva dire in origine mettere i lustri, cioè lumi e dorature” (e tutto ciò ci riporta al mondo dei codici miniati, con “una propensione per il luccicchio e il loisir”). Dall’altra invece se ne trova un’altra (“forse non falsa, certo tendenziosa”) che “sembra alludere a un raggio luminoso che –per così dire- “tasta” il raffigurabile e lo mette in luce, lo manifesta”. Continuava Anceschi nella sua analisi:

“E ci pare anche sensato pensare questo raggio luminoso come identico allo sguardo dell’autore (che sarà poi lo sguardo del destinatario) e ci appoggiamo qui sopra un’altra concezione, questa volta pre-scientifica, quella che intende l’occhio vedente come un organo attivo che emette raggi che investono il mondo. Di fatto l’illustratore tasta il buio della fantasia inconsapevole propria e collettiva, magari innestando improvvise reazioni dal bagliore accecante, come anche gli capita di “rivelare” o “costruire” il visibile e di restituirlo”.

Chiedo scusa per questa lunga citazione ma vedendo le immagini di Pablo Auladell per questa mostra, soffermandomi sui suoi libri, chiacchierando con lui ad un certo punto mi sono ricordato, irresistibilmente direi, del saggio di Anceschi. In realtà il modo di procedere di Pablo, il rapporto che stabilisce con il testo, il fatto che talvolta le stesse tavole precedano la parte scritta, siano nate prima, fa proprio pensare a questo tastare il buio.

E ad un raggio luminoso che investe il mondo ho pensato vedendo una sua tavola felicemente ineffabile, soavemente enigmatica. Leggero e al tempo stesso, ossimoricamente, potente una sorta di angelo ribelle o un Icaro, languido e stupefatto, che sta precipitando verso un mare dalle onde mosse e gonfie dai riflessi madreperlacei. Le ali gialle, si sono staccate, e lui precipita con una torsione che, ne mette in rilievo le costole sottili. Indossa una sorta di tuta attillata e la piccola maschera di certo lo apparente al mondo della commedia dell’arte. Un colore nitido ma ricco di mille nuances, una rappresentazione vaporosa e illusionisticamente sospesa, talché viene da pensare all’eleganza di un affresco di Giambattìsta Tiepolo per una qualche villa veneta. Né faccio a caso questo caso perché Auladell è un autore colto e curioso capace di guardarsi attorno e di cogliere elementi figurativi che provengono anche da stagioni lontane. E tutto viene poi plasmato e reso vivo da un segno del tutto originale e inconfondibile. Pablo sa molto bene che nessun illustratore è nato maestro di sé stesso ma che tutti hanno radici e modelli, confini magari indefiniti ma certo sicuri entro i quali muoversi e soprattutto crescere e diventare sé stessi. Quindi, Picasso, amatissimo, convive con Giraud-Moebius, Lorenzo Mattotti può stare accanto ai luminosi silenzi di un De Chirico, Balthus dialoga inopinatamente con i maestri dei comics americani dei primi del ‘900, il sommo Goya può andare a braccetto con Gustave Doré. Ma, in verità, l’elenco, un mero elenco, sarebbe alla lunga sterile e fuorviante,  e quel che conta è una sorta di personalissimo “museo” che Pablo si è andata via via costruendo nel corso degli anni. Citazioni, ricordi, frammenti, note, repertori, visioni che sovente transitano nei suoi carnet. Carnet des voyages ma anche des memoires e un tratto veloce e sicuro, costantemente “domato” da un rigoroso esercizio di stile, da un procedere lento, da un lievitare leggero delle forme, come un buon pane saporito e caldo.  A tutto ciò si accompagna la predilezione, fattasi nelle opere più recenti vera e propria scelta narrativa, di una sorta di implicita monocromia, rotta appena da qualche tocco di arancio sporco, marrone tenero o vivissimo azzurro.

Ne La leggenda del santo bevitore, il celebre racconto di Joseph  Roth il ricordo corre immediato al mondo della Nuova Oggettività tedesca e, in particolare, a George Grosz . In effetti, considerando che la vicenda si svolge a Parigi, mi sembra di cogliere piuttosto gli echi di un Théophile Aristide Bruant, talentuoso affichista e prolifico disegnatore satirico e, ancor più, poetico cantore, socialmente impegnato, della vita popolare dei sobborghi della capitale e dei suoi abitanti: operai, cocottes, mendicanti, musicisti e venditori ambulanti, ortolani. Mirabile, faccio soltanto un esempio, mi sembra la tavola in cui Andreas fissa il corpo nudo di Karoline, sua vecchia amante, rincontrata casualmente. E, guardandola, vede in lei, nel suo corpo florido e abbandonato ad un sonno pesante i segni incipienti del declino fisico. Vi è la stessa aura di composta e sottile malinconia che, pagina dopo pagina, domina un albo stupendo come La feria abandonada. Il tutto accanto ad un surrealismo gentile, costantemente tenuto sottotraccia; quasi al guinzaglio, verrebbe da dire.

Quel che di Pablo mi colpisce, ancora una volta, è la straordinaria forza emozionale delle sue tavole. Una stesura paziente, sapiente e  incalzante, un sovrapporsi di tonalità e di tocchi con l’uso dei prediletti carboncini, usati con insuperata maestria e capaci di creare ombre fascinose e luci discrete. Ecco allora minotauri in posa (e forse in pausa pranzo) davanti ad un vecchio cavalletto fotografico su sui sta assiso un uccellino in maschera, quasi beffardo. E, ancora: uomini sui trampoli, unicorni cavalcati da fanciulli nudi, musici e saltimbanchi, uccelli antropomorfizzati. Un campionario circense, una rassegna di mirabilia dove ogni cosa pare assumere connotazioni di verità, restando ben lontana da ogni tentazione freaks, volgendo piuttosto verso la dimensione classica della metamorfosi. C’è in effetti un territorio di confine dove minuscoli cavallucci e bambine (o bambole meccaniche?) sono di assai difficile catalogazione. E lo stesso accade per una sorta di Pinocchio dai lunghi piedi e dalla gran testa con il corpo chiuso in una specie di scatola cubica. In un mondo dominato dalla misura composta delle figure lo sguardo tende poi a spostarsi verso piccoli lembi di paesaggio di assoluta bellezza.  Tutto è sempre sul punto di diventare altro. Un possente cavallo da giostra sembra sopportare a fatica la costrizione che lo imprigiona e lo obbliga a ripetere all’infinito il giro consueto. Per questo mi piace pensare che –assieme al suo cavaliere- voglia fuggir via. Per raggiungere magari altri corsieri e ritrovarsi assieme nel combattimento di San Romano. Quello di Paolo Uccello.

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